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CARCERI: LETTERA GENITORE, FAMILIARI PUNITI COME RECLUSI

Genitori, mogli, figli dei carcerati italiani "devono pagare gli errori commessi dalle persone cui vogliono bene". Non perché lo preveda la legge, ma perché questa è la realtà delle condizioni di reclusione negli istituti italiani. E' quanto scrive il padre di un giovane detenuto rinchiuso per pochi mesi nella casa circondariale di Ancona (404 ospiti su una capienza massima di 313), in una lettera resa nota da Anna Maria Saccomandi Pisano, a conclusione dell'iniziativa 'Una cella in piazza' promossa dal Crvg.

Il genitore denuncia le difficoltà per i detenuti ad avere contatti con l'esterno "anche solo per la richiesta di un permesso, l'assenza di qualsiasi forma di attività e relazione, una situazione comoda per i responsabili del carcere, per descrivere una situazione tranquilla che tranquilla non è". "Mio figlio certo ha commesso un errore", ma il tempo di vita in carcere pesa anche su chi sta fuori.

"Si ritiene che i parenti dei detenuti non lavorino, che possano sostare per intere mattinate in uno stanzone affollato in attesa del tanto sospirato colloquio". Si pensa che "giovani madri si accollino viaggi in autobus con bambini piccoli e pacchi perché devono pagare in qualche modo gli errori di coloro a cui vogliono bene".

Poi, prosegue la lettera, "quando finalmente si riesce a entrare in carcere, ci si trova di fronte ad una modalità di colloquio aberrante: un bancone di marmo con qualche seggiolino di qua e di là per detenuti e parenti". Divisorio fittizio, visto che "le persone sono attaccate l'una all'altra e per essere ascoltate devono urlare, e accostarsi sempre di più".

Il personale interno "non ha alcuna colpa", gli agenti di custodia sono pochi, e gli amministratori "pensano a farsi pubblicità sui giornali con visite alle carceri, che non hanno alcun effetto reale". "L'unico aiuto viene dai volontari della Caritas diocesana".